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isola della cona

Storia e approfondimenti

- Caccia e Pesca, splendore e declino
- La sagra de le Raze
- L'isola della Cona nei ricordi (Fabio Perco)
- Fauna del passato... E del futuro

 

Caccia e pesca, splendore e declino.

“Alle volte si trovano uccelli selvatici, e “Caccia riservata” appare a grandi lettere; ma la selvaggina deve essere rara se ogni uomo ha un fucile ed un cane, e passa tutte le domeniche a sparare” (Burton 1881).

Le “marine” di Staranzano sono note da tempi immemorabili quali siti privilegiati per la caccia e la pesca.
Persino nei toponimi ricorre l’antica usanza delle ”pantère” o “pantière” .
Oggi “Le Pancere” o “Panzere”: dal latino panther, una sorta direte o trappola per catturare uccelli, ma anche il ben noto felino, abile nella cattura di volatili.
Con questo nome venivano identificate le aree palustri appositamente modificate e gestite per la cattura di anatre ed altri uccelli con grandi reti, affidate ai panteladòri, così come nel nord Europa avveniva per mezzo dei “duck - dekoys” in Inghilterra (Deckoy è termine di origine olandese col doppio significato di “richiamo”, l’equivalente dei nostri “stampi” utilizzati per la caccia alle anatre, e di area appositamente apprestata e trasformata per catturare le anatre).

L’importanza storica della uccellagione è del resto testimoniata da vari proclami, editti o decreti.
Per fare un esempio Messer Nicolò Corbatoquondam Messer Zuane furono tenuti a pagare annualmente, a partire dal 1580, per l’affitto di quattro panthiere, dui nella ponta de Lisonzo, ditte la Desiderà, et i Porchi, et altre dui in Sdobba ditte la Cona et la Uova...in tutto lire disnove e soldi diese (testo riportato in Domini, 1987).
Il podestà di Monfalcone Giovanni Battista Moro, nel 1531 dal canto suo ordinò tassativamente a chichessia di non andar arente le panthiere ed anche vietò di sparare schiopetti a meno di un miglio dalle stesse, prevedendo, in caso di trasgressione, pene pecuniarie e corporali.
Che già all’epoca fosse ben noto l’effetto del disturbo sugli uccelli acquatici è ben dimostrato da tale proclama dove si afferma a un certo punto che i divieti sopra citati venivano imposti per evitare che: “per lo strepito dello schioppo le oselle si potessero smarrire e la città di Venezia patir...”. E in realtà gli uccelli catturati dovevano essere inviati al mercato della Serenissima città lagunare.
Non è del resto un caso se a Venezia, per versare tributi, venissero coniate apposite monete d’argento con l’effigie degli uccelli e denominate, appunto, “oselle”.

Ed è anche ben noto che i “mazzi” di uccelli acquatici portati al mercato, composti in modo diverso ma con equivalente valore, furono largamente utilizzati al posto del denaro. Un “mazzo” poteva dunque essere composto alternativamente da 2 germani reali oppure, diminuendo le dimensioni delle prede, 3 fischioni o mestoloni, 6 alzavole, 14 totani o combattenti, 24 piovanelli ecc.

Altri autori accennano con maggiore dettaglio alla flora ed alla fauna dell’area complessivamente intesa: tra le foci del Timavo e quelle dell’Isonzo. “Pocho luntan da qui (Monfalcone) è Sdobba fiume, dove è assai ostreghe et perfettissime”. Così Marin Sanudo nei suoi “Itinerari per la terraferma” del 1483 (Domini, l.c.).

Giacomo Filippo Del Ben, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo riporta le seguenti notizie: “Nell’Isdobbio particolarmente, come che è più esteso, e grande degli altri se ne escano sempre in maggior quantità; ed in questo vi sono Capesi, Porcelette, che sono della specie de Sturioni, Lizze, fino da quaranta e più libre, Varioli fino da trenta, Trutte dell’istesso peso, Brancini, Boseghe, Anguille, ed infine altre quantità di Pesci piccoli della progenie de’ Cievoli che troppo lungo sarebbe il volerli tutti rammemorare”.

L’abbondanza di pesce alla foce dell’Isonzo è testimoniata poi da una relazione di altro autore che recita: “nella notte del 27 gennaro padron Giovanni Fachinetti per conto del conte Niccolò Valentinis, che dalla Comunità di Monfalcone aveva in affitto la pesca nel fiume Sdobba, pescò in una tratta di libbre 82 mila di cefali, che, caricati su 15 barche, furono venduti parte e parte salati” (Joppi 1774).

Ricordando poi i nomi dei vari corsi d’acqua minori dell’area Del Ben ricorda che: “In tutte queste acque si pesca istessamente gran quantità di perfette Anguille, Lucci, Barbi, Tenche, Squalli, Gambari, Brussole, e Scardole…”.

Per quanto riguarda gli uccelli questa è la situazione descritta nella seconda metà del Settecento: “Ma soprattutto nella fredda stagione viene frequentata la caccia delle Marine e Paludi: perché ivi più che altrove trovano i cacciatori di che soddisfarsi. In fatti a’ suoi tempi vi è gran numero di Mazorini, Folaghe, Arcaze, Zarzegne, Capirossi, Chiossi, Palotte, Pignole, Svazi, Majassi, Tarabusi, Smerghi, Frisoli, Sgarzi, Grue, Ocche, Cigni, ed altri volatili acquatici, e palustri.
Ed è in tal caso importante sottolineare come fossero allora ritenuti comuni uccelli oggi rari o che, solo da poco tempo, hanno fatto ritorno, come è il caso di oche, cigni e gru (anche se quest’ultime ancora in misura minore).

Analogo testo, da cui forse attinse pedissequamente il citato autore, è stato riportato dall’Asquini (1741), il quale alla lista sovrastante aggiunge:
Temoli, Cefali, Ostreghe (sic!), Dentali, Spigole ecc.
Questo autore, proprietario di notevoli estensioni di territorio nella zona alla fine del diciottesimo secolo, cita come di particolare rilevanza la caccia agli acquatici: “Ma la Caccia quivi più praticata si è quella della Marina, dove i Cacciatori trovano di che potersi appien soddisfare”.

 

La Sagra de le Raze

“A San Martìn, la raza va col masorìn…”
Antico proverbio popolare.

Non deve perciò stupire se a Staranzano è tuttora viva l’antica tradizione di organizzare, all’inizio di settembre e attorno allo storico Bobolàr (il grande Bagolaro – Celtis australis, emblema del Comune, che sorge nella piazza del municipio) la “Sagra de le raze”.

Ma cosa sono, appunto, le “raze”? Il vocabolo è stato presumibilmente acquisito dallo sloveno, una lingua che, a macchia di leopardo, ha lasciato notevoli tracce nella zona influendo in modo sensibile sulla cultura e la parlata locale.
Si pensi ad esempio a Dobbia, presso Staranzano o Sdobba, alla foce dell’Isonzo, ambedue verosimilmente originate da “dob”, col significato di quercia.
“Raca” dunque (ma si pronuncia “raza” in sloveno; “rassa” in lingua bisiaca) ha il significato generico di “anatra”.

Riporta Domini: “In apertura della stagione di caccia, questa sagra richiamava in luogo una grande folla di gente nostrana per gustare il prelibato palmipede, mazurìn o raza che fosse, preparato arrosto o in umido dai bravi padroni delle osterie. Verso la metà dell’Ottocento la sagra cominciò ad attirare comitive festaiole di Triestini, portuali e sessolote del Punto Franco, nuove amicizie degli Staranzanesi che a Trieste andavano a vendere fieni, scopini, erbe o a portar ghiaia e sabbia con le barche. Arrivavano con le “giardiniere”, con i carri o a bordo del lentissimo piroscafo che attraccava alla banchina del vecchio Porto Rosega, dove erano ad aspettarli i locali con gli scalari e i cavalli bardati a festa e le sonagliere lucidate per l’occasione”.

Una grande festa dunque, che dura tutt’ora, anche se attualmente si basa, sotto il profilo gastronomico, quasi solo su raze domestiche e di allevamento.

 

L'isola della Cona nei ricordi (Fabio Perco)

Oseli migranti / su l’isola che cala / cô la stagion se amala / in paϊsi distanti
I cala per stanchessa / sul silensio del dosso / che a sera se fa rosso / per tanta gran tristessa
I vien da lontanίa / a la fin de l’istae / da la gran solitae / i riposa e i va via
(Da “”Quanto più moro” di Biagio Marin 1969)

Tra i primissimi ricordi conservo l’immagine di mio padre, pesantemente intabarrato, di ritorno da un’alba trascorsa a caccia, alla Cona.

Sul tavolo di marmo della cucina, nell’appartamento di via Cellini a Trieste, disponeva e ordinava le prede.
Un paio d’anatre, raramente quattro o cinque, a volte qualche limicolo e, non di rado, esemplari di specie insolite... una strolaga, uno svasso, magari un gabbiano. All’epoca si poteva, naturalmente.

Dino Perco, avvocato e dirigente di una nota compagnia assicurativa ma zoologo per passione non avrebbe mai violato la legge che allora elencava una scarna lista di specie “protette”.
Gli animali uccisi venivano attentamente esaminati e le loro caratteristiche illustrate a noi tre figli, ansiosi di seguire le orme del genitore.

E mi è rimasta specialmente impressa l’insistenza nell’insegnarci, tra l’altro, i nomi veneti degli animali abbattuti, che per me almeno, allora alle prese con i primi tentativi di lettura e scrittura, apparivano esotici o superflui.
Un punto di vista che negli anni ho modificato radicalmente. Quel periodo di apprendimento precoce, come si conviene per un autentico “imprinting”, finì per condizionare, in un modo o nell’altro, il mio futuro.
Si potrebbe dire che il mio cervello cominciò allora ad assumere “la forma di un’anatra”. Per citare un episodio, nella prima classe delle elementari, quando si trattò di suggerire i primi vocaboli corrispondenti alle varie lettere dell’alfabeto, per la Q proposi insistentemente “Quattrocchi”.
Una specie ovviamente ignota al caro maestro, che dovette chiedere lumi ai miei genitori per apprendere che si trattava di …un’anatra non rara nelle nostre marine, in inverno.
Alla sera mio padre poneva le spoglie degli animali giudicati più interessanti su un altro tavolo, quello più grande del salotto, e si accingeva a ritrarli a colori o al tratto.

Tutt’ora conservo gran parte di quelle opere artistiche che negli anni portarono all’edizione di svariate stampe, articoli e di alcuni volumi sugli uccelli d’Italia.
Inizialmente gli animali venivano raffigurati così com’erano, vale a dire distesi o appesi. La classica “natura morta”, come si usava un tempo. In una fase successiva, tuttavia, le varie specie vennero debitamente “resuscitate”, in rappresentazioni viventi e nel loro ambiente.
Per gli uccelli acquatici e nella maggior parte dei casi, lo scenario non poteva che essere quello della Foce dell’Isonzo. Alla Lacona il sito che più frequentavo da ragazzo era Punta Barene, dove esisteva all’epoca un solo casone (quello di Toni Buri) e alcune semplici ma assai razionali e pittoresche cavane in legno e canna, per proteggere barche e attrezzature dalla pioggia.
Ben lontano dall’argine sorgeva (ed esiste tutt’ora) un basso edificio in muratura, un tempo adibito a caserma della Finanza, dove si era poi insediata la numerosa famiglia Polez, i cui membri di sesso maschile erano tutti cacciatori, per passione o per necessità.

Mio padre usciva a caccia con uno di loro, Corrado, che aveva anche il compito di governare la piccola battana di legno denominata “Crecola” in onore delle agognate marzaiole (Anas querquedula), che giungono dai quartieri africani alla fine dell’inverno. (Allora la caccia si chiudeva alla fine di marzo o addirittura in aprile. Attualmente, per garantire ai migratori una risalita sicura verso i siti riproduttivi, la caccia è vietata dopo la fine di gennaio, salvando nei fatti la maggior parte delle marzaiole che giungono nel nostro paese).
Quando Corrado mi fu presentato per la prima volta, credo all’inizio degli anni ‘50, sulle prime pensai si trattasse dell’omonimo ed allora ben noto personaggio radiofonico, noto appunto come “Corrado”, la cui voce mi capitava di sentire così spesso alla radio (Corrado Mantoni – 1924 – 1999).
Col tempo “il nostro” Corrado imparai a conoscerlo bene e ad apprezzarne la modestia, la generosità e l’attendibilità nel riportare le osservazioni faunistiche.
Ricordo ad esempio la descrizione dei pellicani, da lui una volta osservati alla Foce dell’Isonzo, tanti anni fa, oppure quella delle sule, una presenza allora ritenuta eccezionale che poi venne confermata da numerose osservazioni. Quando giovanissimo ottenni finalmente il porto d’armi feci alcuni tentativi di frequentare la Cona anche per la caccia, con mio padre o i miei due fratelli Franco e Giuliano, più vecchi di me e quindi già ben “rodati”.

Purtroppo da tempo la situazione faunistica non era più quella dei racconti degli anziani e le infinite fatiche necessarie per andare in “colègia” … come partire da casa alle tre di notte, spingere la barca per lunghi tratti sulle secche fangose, mettere giù gli “stampi” e le “cantarelle”, camminando avanti e indietro nel fango molle e tenace, non venivano quasi mai compensate da un carniere che fosse appena degno di nota. (La “covègia” in veneziano… è un riparo di canne, sostenuto da pali infissi nei bassi fondali della piana di marea, all’interno del quale si nasconde il barchino con a bordo i cacciatori. Attorno vengono posizionati gli “stampi”, anatre finte da richiamo ed eventualmente le “cantarelle”, germani reali di sesso femminile, notoriamente più vocali dei maschi)
Allora non me ne rendevo chiaramente conto ma il fatto è che troppi cacciatori frequentavano, con caparbia assiduità, l’intera zona.
Ogni anatra che avesse l’imprudenza di transitare in quel tratto di cielo o “passava lunga” o, attirata da questa o quella “stampèra”, e dai richiami emessi con ogni sorta di fischietti (all’epoca non esistevano ancora i registratori portatili) veniva inevitabilmente abbattuta e, nella maggior parte dei casi, … da altri.

Certo la difficoltà aguzza l’ingegno e le prede sfuggenti stimolano il comportamento predatorio, rendendo l’attività di caccia soggettivamente anche più appassionante.
Tuttavia, senza la passione ornitologica, la curiosità per le specie insolite che, magari lontano e col binocolo era spesso possibile avvistare, avrei forse rinunciato in partenza.
Ma l’ambiente, l’atmosfera, le persone e gli animali che, nonostante tutto, bazzicavano nella zona, (anche se rari e diffidenti e anzi… proprio per questo) contribuirono a mantenere vivo l’interesse per una località affascinante ed eccezionale!
In breve la caccia alla Cona divenne una attività secondaria e, più che altro, una scusa per frequentare il posto.
Del resto il sito esercitava una sua fortissima attrattiva anche durante i periodi di chiusura quando, alla fine dell’estate, tra le “barene” e lungo le “velme” si formavano e divenivano visibili sparuti voli di germani, che si sarebbero letteralmente volatilizzati con l’apertura.
Credo che, in quegli anni, diciamo tra il 1960 e la fine degli anni 70, si sia veramente toccato il fondo, faunisticamente e venatoriamente parlando.

Nell’ambiente dei cacciatori e degli appassionati, ovviamente, l’argomento era oggetto di continue discussioni ma, nel tentar di spiegare il calo della selvaggina venivano invocate troppo spesso cause per così dire “esterne”: l’inquinamento, il turismo nautico e balneare, l’agricoltura intensiva, le bonifiche. A ragione, s’intende!
Ma veniva trascurato o menzionato solo a mezza voce, l’effetto negativo e determinante di una attività venatoria sin troppo intensa, praticata da troppe persone e per un numero troppo alto di giorni. Sarebbe stato sufficiente prestare orecchio ai racconti di alcuni tra i cacciatori più esperti.

Romano Rustignolli ad esempio che, per anni, nell’immediato dopoguerra, si era guadagnato da vivere sparando alle anatre. Da solo abbatteva in una stagione, da autunno a primavera (così mi ha confermato di recente) anche più di 3.000 uccelli!
E si trattava di un duro lavoro, scientificamente condotto, che consentiva di integrare i magri guadagni della attività di pesca; sparando agli uccelli, possibilmente posati e fermi sull’acqua e cercando dunque di risparmiare quante più cartucce possibile.
Si cacciava allora anche in “botte”, come fanno i “signori” ancor oggi nelle grandi “valli da caccia” lagunari.

Ma la notevole escursione delle maree, che qui non poteva essere limitata per l’assenza di argini perimetrali, rendeva questo artificio meno produttivo (La botte, inizialmente una autentica botte da vino in legno, fu sostituita presto da contenitori della stessa forma in solido e più duraturo cemento infissi nel terreno fangoso ai margini di una barena. Il cacciatore doveva raggiungerla ben prima dell’alba, toglierne l’acqua con una sessola, posizionare gli stampi ed attendere rannicchiati il movimento degli uccelli, particolarmente intenso alle prime luci)

Ben presto cominciarono ad affluire i cacciatori “sportivi”, che non badavano troppo a spese ed il cui scopo, al posto del gran carniere, era quello di procurarsi un divertimento puro, con qualche bel tiro a volo.
I capi raccolti dai professionisti calarono allora rapidamente ed inesorabilmente.

E fu a questo punto che il nostro “Romano” dovette cambiar mestiere, accontentandosi di andare a caccia, come tutti gli altri, più per piacere che per necessità.

 

Fauna del passato... E del futuro

“Con uno speciale fucile da caccia, chiamato “schioppettone” si possono prendere in grande quantità anatre selvatiche e mazurini. Al centro di una barca piatta si trova appoggiato ad un sostegno il fucile lungo circa due metri. Il cacciatore, steso sul fondo della barca punta il fucile su uno stormo e con un colpo solo colpisce anche cinquanta uccelli. Si può cacciare anche facendo uso di botticelle sistemate in palude, così si catturano oche selvatiche , cigni, pellicani ed altre varietà” (Rudolf v. O. et al. 1891).

Questo breve passo, riferito alla laguna di Grado, offre un’idea riassuntiva di quali fossero la ricchezza della fauna selvatica e la corrispondente pressione venatoria ancora alla fine del XIX secolo.
Per analogia con altri territori simili, ancora più o meno integri, viene fornito un sommario elenco di specie animali oggi assenti nell’area della Foce dell’Isonzo, presenti in passato e, in taluni casi, da poco ritornate.

Limitiamo l’esame alle specie più grandi e significative.

 

Foca Monaca (Monachus monachus)

Scomparsa dalla zona da tempi remoti, forse da secoli, questa tipica specie mediterranea che conserva il curioso nome veneto di “Vècio marìn” tra gli abitanti della Dalmazia è tornata da poco a frequentare le vicine coste dell’ Istria.

A partire dal 2005 vi sono indizi di una sua possibile, seppur per ora solo episodica comparsa anche nel Golfo di Trieste. Secondo alcuni biologi questa specie prediligerebbe anche le coste basse e non si può escludere, pertanto, l’arrivo di qualche soggetto.

Una recente osservazione sembra essere stata effettuata nel novembre 2008 presso la vicina Riserva Naturale delle falesie di Duino in una piccola grotta accessibile sia dal mare che dalla terra ferma.

A partire dal 2000 si è registrato un numero crescente di osservazioni nell’area della costa adriatica orientale, da Rovigno (Rovinj) in Istria e in Dalmazia. La specie è stata avvistata con particolare frequenza nella località di Capo Promontore (Premantura), a sud di Pola (Pula) e la costa occidentale delle isole di Cherso e Lussino (Cres – Lošinj) nel golfo del Quarnero.

In varie immagini, già altrove pubblicate (Antić & Vehar, 2005; Emanuele Coppola ined.; Gianni Pecchiar ined.), risalenti alla fine del 2004 e agli anni successivi è, ad esempio, ben documentata la regolare presenza di almeno un soggetto adulto e di sesso femminile nelle acque prossime a CapoPromontore.

Da testimonianze oculari e numerosi documenti fotografici e filmati si ipotizza che alcuni soggetti siano presenti in quest’ultima area (secondo Jasna Antolović e collaboratori), distante, via mare, appena 125 km circa dalla Costiera triestina.

In particolare, secondo l’opinione di Emanuele Coppola, responsabile del “Gruppo Foca Monaca”, e sulla base della documentazione fotografica raccolta da Gianni Pecchiar di Trieste, l’esemplare adulto più volte osservato (incluso il mese di gennaio 2013), presenta i segni di schermaglie amorose consistenti in varie cicatrici sul capo e soprattutto sul dorso e pinne, presumibilmente provocate da un maschio; inoltre esisterebbero indizi di una possibile gravidanza portata a compimento (E. Coppolacom. pers.). Va sottolineato che la specie è d’altro canto notoriamente capace di effettuare lunghi spostamenti, come indicherebbero anche le recenti osservazioni nelle Baleari e a Portofino, zone caratterizzate da assenza di nuclei riproduttori conosciuti e/o accertati. (Kilinger e Fa.Perco, 2010 link sbic).

 

Lontra (Lutra lutra)

E’ specie estinta nell’area almeno dagli anni ‘60, di cui alla fine degli anni ‘50 furono abbattuti ancora alcuni esemplari nella zona della Foce del Lisert – Timavo, Valle Cavanata e aree circostanti.

Dopo un periodo di costante regresso era tuttavia data come presente nell’alto corso dell’Isonzo in Slovenia, ma tali notizie non hanno avuto recente conferma.

Nel corso del 2005 la specie ha ricolonizzato molti corsi d’acqua della vicina Carinzia e Slovenia nord-orientale e si trova nuovamente a ridosso del bacino dell’ Alto Isonzo.

Una recente testimonianza della presenza della lontra nel Friuli Venezia Giulia risale al settembre 2011 con il ritrovamento di un esemplare, morto, investito da un automobile sul bordo della strada che collega Buja a Tarcento nella zona paludosa tra Urbignacco e Bueriis, l’habitat ideale per questi mammiferi.

Si trattava di un maschio adulto identificato da Luca Lapini del Museo di Storia Naturale di Udine.

Secondo Lapini e’ verosimile che sia scesa lungo il Fella, da lì, passata nel Tagliamento e poi nel Ledra e nella zona paludosa di Urbignacco dove forse lo sanno in pochi, ma proprio qui un secolo fa si tenne la finale battuta di caccia alla lontra: l’ultima “lontrata” prima dell’estinzione. Ci fu un ulteriore avvistamento nel 1967 e poi più nulla.

 

Gatto selvatico (Felis silvestris)

Un soggetto femmina adulta, per di più pregna, è stato raccolto morto da poco a seguito di investimento stradale nel 2005, lungo il Canale Brancolo, all’interno della Riserva Naturale.

Il reperto conferma gli indizi precedentemente raccolti sulla possibile presenza di tale rara specie, ancora ben diffusa sul Carso, anche nella adiacente pianura isontina. Il soggetto, conservato presso il Museo Friulano di Storia naturale in Udibne, aveva nel ventre 5 feti di cui almeno tre con chiari segni di ibridazione con soggetti domestici: indice del problema rappresentato dalle “colonie feline” in aree di interesse naturalistico.

 

Lupo (Canis lupus)

Che tale specie fosse diffusa e abbondante anche nella cosiddetta Padania quanto meno fino all’inizio del secolo XIX è ampiamente dimostrato da numerosi documenti, testimonianze e toponimi.

La stessa vastissima foresta che dall’Isonzo si estendeva un tempo, quasi senza interruzioni, verso il Veneto era nominata “Silva Lupanica” dai Romani. Il Lupo è oggi presente nella vicina Slovenia e, recentemente ha fatto la sua comparsa anche in territorio italiano.

I lupi in Friuli Venezia Giulia frequentano nuovamente e da pochi anni solo il Carso triestino,si presume prevalentemente in inverno. In Friuli, nonostante alcuni avvistamenti, non ci sono invece prove concrete della loro presenza, anche se vari episodi fanno supporre la presenza di singoli soggetti.

Le popolazioni di Lupo slovene e croate stanno vivendo un periodo di forte espansione e alcuni esemplari hanno dimostrato la capacità di muoversi anche su lunghe distanze, raggiungendo ad esempio la lontana Lessinia, in provincia di Verona (come nel caso del Lupo Slavc, dotato di radiocollare, partito dal monte Slavnik – Tajano in Slovenia).

Orso (Ursus arctos)

Anche questa specie, scomparsa dalla pianura in tempi sicuramente remoti, è oggi in forte espansione nelle aree montane e carsiche della regione.

 

Cervo (Cervus elaphus)

Questo grande ungulato compare ormai con frequenza sempre maggiore, sul Carso e non si può escludere che qualche singolo esemplare faccia, o abbia già fatto, la sua comparsa, magari sporadica, nell’area di foce.

Da tempo sono ormai spontaneamente reinsediati nella zona, del resto, tanto il Capriolo (Capreolus capreolus) che il Cinghiale (Sus scrofa).

 

Bue o Uro (Bos taurus)

Nella forma selvatica deve ritenersi estinto. L’Uro tuttavia, nella forma dei suoi discendenti domestici, è oggi stagionalmente ospitato nella Riserva Naturale allo scopo di riprodurre le antiche condizioni ecologiche tramite la pratica del “mareggio”. La presenza di questo grande brucatore appare infatti utile al mantenimento di alcune peculiari associazioni vegetali e della fauna ad esse correlata.

 

Cavallo (Equus caballus)

Come per il Bue anche il Cavallo, estinto nella forma selvatica, non ha mai smesso di essere presente con popolazioni brade o domestiche che, per millenni, sono state tradizionalmente allevate nella zona.

I cavalli, animali tipicamente “pascolatori” e perciò più legati dei bovini alle praterie erbose che essi stessi contribuiscono a mantenere, hanno influito profondamente sulla vegetazione locale.

Antiche cronache riportano come nell’area vasta dell’Alto Adriatico venissero allevati dai Veneti branchi di cavalli. Il geografo greco di età augustea Strabone, ad esempio, a margine della descrizione relativa alla Foce del Timavo ed alla “bellissima selva” ivi allora esistente, riporta anche che: “…raccontano …degli onori resi a Diomede presso i Veneti: infatti si sacrificava a lui un cavallo bianco e vengono indicati sul luogo due boschi sacri, uno a Era Argiva, l’altro ad Artemide Etolica. Aggiungono poi, come è naturale favoleggiando, che dentro quei boschi le fiere sono mansuete, le cerve si aggregano con i lupi e si lasciano avvicinare e toccare dagli uomini…” Il medesimo autore riferisce poi dell’uso di marchiare i destrieri con l’immagine di una testa di lupo, perciò detti “licòfori” (dal greco “Licòs”, col significato, appunto, di lupo).

 

Pellicano (Pelecanus onocrotalus)

E’ il “Groto” dei Veneti (dal latino guttur, gozzo, per l’ampia “borsa” che rappresenta una sorta di naturale guadino) e doveva essere ancora ben diffuso se era possibile praticare ancora, nei suoi confronti, una fruttuosa caccia.

Può essere del resto interessante ricordare l’esistenza, presso Marano lagunare, di una “Valle Grotari” e sembra che altrove in Italia, precisamente presso Cervia, il Pellicano abbia nidificato fino al XVII secolo (Baccetti N. ined.).

Dopo anni di assenza un soggetto appartenente a tale specie si è posato nei Campi allagati della Cona il 13 maggio 2005, per allontanarsi il giorno successivo.

 

Cicogna bianca (Ciconia ciconia)

Questa specie è esplicitamente ricordata da numerosi autori a proposito dell’assedio di Aquileia da parte di Attila e dei suoi Unni nel 452 d.C.

Si dice che dopo tre mesi di infruttuoso assedio il condottiero barbaro traesse lo spunto dall’improvviso involo di una cicogna assieme ai suoi giovani dal nido quale segno premonitore di una prossima disfatta del nemico.

Da pochi decenni, anche a seguito di alcuni progetti di reintroduzione (uno dei quali ubicato in Friuli, a Fagagna) la specie è nuovamente diffusa, anche se per ora la sua comparsa alla Foce dell’Isonzo riguarda solo pochi soggetti in transito migratorio.

Per l’area isontina esiste il ricordo di un simpatico episodio, riferito a questa specie riportato da Tommaso Cosolo di Fogliano.

Il nonno Gino, vissuto nel periodo a cavallo tra le due guerre raccontò più volte al nipote di avere raccolto nella propria azienda un esemplare recante un anello metallico con l’iscrizione: “haec ciconia ex Polonia”.

Dopo avere curato e rifocillato l’esemplare, provvide a liberarlo non senza averlo munito di un ulteriore anello (questa volta in argento) con sopra inciso: “Italia remittit cum donis hanc ciconiam Polonis”  (“Questa cicogna (viene) dalla Polonia”; “L’Italia restituisce con doni questa cicogna ai Polacchi”).

 

Spatola (Platalea leucorodia)

La specie era da ritenersi rarissima fino agli anni ‘80. Compare ormai regolarmente con qualche esemplare durante le migrazioni e in estate a partire dal 1990 -91, anno del riallagamento del “Ripristino”.

La specie si è riprodotta con due coppie nel 1997 in Valle Cavanata, fabbricando anche un nido alla Cona, ma senza completare l’opera, l’anno successivo.

 

Mignattaio (Plegadis falcinellus)

Come la specie precedente, piccoli stormi o soggetti singoli si osservano abbastanza regolarmente alla Cona a partire dagli anni ‘90, nel periodo adatto, vale a dire grosso modo da primavera all’autunno.

 

Grifone (Gyps fulvus)

Varie osservazioni di tale specie, fino a pochi anni or sono assai rara nell’isontino, sono state effettuate sul Carso ma alcune si riferiscono anche al litorale.

Un soggetto venne rinvenuto il 4.9.70 (Perco 1975) lungo il canale del Brancolo, ancora vivente ma semi-paralizzato per la probabile azione di qualche veleno. Il Grifone nidifica sulle isole dell’arcipelago del Quarnero ed è ritornato a riprodursi anche in Friuli grazie al progetto realizzato a Forgaria (Udine). Recentemente, nel 2012, un Grifone è stato osservato e fotografato presso Fiumicello, posato su un cedro nel giardino di una casa. La località si trova lungo il fiume Isonzo e comprende parte dei territori della Riserva naturale. La probabilità di osservare la specie nella zona considerata appare pertanto oggi decisamente superiore rispetto a pochi anni fa.

 

Aquila reale (Aquila chrysaetos)

Sono ormai abbastanza numerose le osservazioni di esemplari immaturi di questa specie nell’area delle foci dell’Isonzo o in altre zone umide costiere (ad esempio a Marano lagunare). L’abbondanza attuale di prede idonee (lepri, caprioli, oche cigni, ma anche volpi, gatti o nutrie ecc.) giustifica oggi la diffusione di tale specie anche in pianura, sebbene sia stata spesso ritenuta esclusiva delle alte montagne, dove era stata relegata dalle persecuzioni.

 

Aquila di mare (Haliaetus albicilla)

Varie osservazioni di esemplari immaturi appartenenti a tale specie, tipica delle aree umide lacustri e costiere, si sono succedute negli anni. La più recente risale al febbraio 2012 quando un soggetto immaturo è stato osservato per pù giorni nei riristini e lungo in fiume in Riserva.

Si segnala in particolare la presenza di una o due coppie nidificanti nei pressi del lago di Circonio (Cerkniško jezero) nella vicina Slovenia, a meno di 50 km in linea d’aria dal Golfo di Trieste.

Sebbene il nome di Aquileia sia stato probabilmente mediato dai Romani da un precedente toponimo di origini celtiche che, presumibilmente, aveva un significato diverso, è possibile che la numerosa presenza di tale specie possa aver ispirato coloro che, nel 181 a.C., “dedussero” tale colonia.

Altrettanto sembrano aver fatto gli Sloveni adottando il termine Postojna, sinonimo di Belorepec (ad es. Nicolai 1988), per la città costruita nei pressi del sopraccitato lago lungo la prosecuzione della Via Postumia, che collegava Genova ad Aquileia e, successivamente, a Lubiana (Ljubljana; l’antica Emona).

La presenza storica, sicuramente abbondante della specie, per sua natura abbastanza confidente e perciò più di altre sensibile alle persecuzioni, potrebbe essere ricercata anche nel toponimo “Isola delle Pojane” relativo ad una grande ansa dell’Isonzo presso Pieris oggi totalmente prosciugata e coltivata.

Il termine originale “Poiana”, del resto, oggi applicato ad un rapace di piccole dimensioni, va fatto risalire ad “Aquila pollana” e non è forse un caso se uno degli ultimi esemplari abbattuti alla Foce dell’Isonzo, a Punta Barene nel novembre 1957, sia stato sorpreso proprio nell’atto di afferrare una gallina (Perco 1975).

 

Fenicottero (Phoenicopterus roseus)

La specie frequenta le zone iper - aline, come ad esempio i bacini che un tempo venivano gestiti per la produzione del sale, ma anche le paludi costiere.

Come la Fenice del mito, stormi notevoli (di centinaia o migliaia di esemplari) sono stati recentemente osservati anche nelle adiacenti lagune ed è perciò verosimile che tale specie letteralmente “risorga dalle sue ceneri”, ricolonizzando gradatamente tutte le aree idonee del Mare Adriatico.

Per ora alla Foce dell’Isonzo sono stati osservati sporadicamente singoli soggetti o piccoli stormi.

 

Cigni (Cygnus sp.)

Si tratta di tre specie: il Cigno maggiore (Cygnus cygnus), quello minore (Cygnus columbianus) ed il Cigno reale (Cygnus olor).

Mentre le prime due compaiono solo raramente negli inverni più freddi è da pochi anni consolidata la presenza della terza, divenuta talmente numerosa da indurre alla predisposizione di ipotesi di contenimento delle coppie nidificanti o di un possibile, ulteriore, incremento demografico.

 

Oche (Anser sp.)

E’ stata reintrodotta quale specie nidificante, in particolare, l’Oca grigia (anser anser) che ormai consta di una numerosa popolazione residente cui si aggiungono parecchi soggetti provenienti dall’Europa centrale, durante le migrazioni o lo svernamento.

Accanto a tale entità è divenuta regolarmente presente nei mesi più freddi dell’anno (di norma gennaio e febbraio) l’Oca lombardella (Anser albifrons), con stormi di centinaia fino a migliaia di esemplari, cui si possono aggiungere le meno comuni oche granaiole (Anser fabalis) o altre specie del tutto accidentali (come ad esempio quelle del genere Branta).

Fino agli anni 70’ le oche in generale erano invece da ritenersi complessivamente assai rare e di comparsa quasi solo invernale nell’intera zona.

 

Gru (Grus grus)

Diffusa un tempo, all’inizio del XX secolo era insediata solamente nelle paludi presso Portogruaro, toponimo dall’ovvio significato: “poche coppie nidificavano fino a qualche anno fa (1929 n.d.r.) nelle paludi di Caorle e Torre di Mosto (Venezia), ora in gran parte bonificate. Più volte ne trovai i nidi e ne raccolsi i “gruati” che si vendevano (anteguerra) a venti lire la coppia”.

Numerosi sono i riferimenti letterari a questa notevole specie migratrice che ha sofferto, del resto come la Cicogna, anche per la presunta prelibatezza delle carni, come è ben testimoniato, tra l’altro, dalla arcinota novella di Boccaccio.

Si tratta di una tra le specie che maggiormente potrebbero trarre vantaggio da opportuni interventi di restauro ambientale se condotti su vaste superfici. Allo stato attuale stormi talvolta anche numerosi transitano nella zona.

Dal 5 gennaio 2008 uno stormo di circa 40 – 50 soggetti è stato osservato per circa due mesi nei ripristini della Riserva. Gli uccelli utilizzavano l'area del Ripristino regolarmente per trascorrere le ore notturne ma solo parzialmente per alimentarsi. All’interno dello stormo era presente un soggetto marcato ed è stato così possibile appurare che proveniva dall’Estonia.

Le ultime ossevazioni del soggetto marcato coincidono con la presenza, peraltro solo transitoria, di altri stormi di Gru anche molto più consistenti (216 soggetti in tutto contati da E. Benussi presso i campi di Terranova il giorno 8 marzo ‘08), evidentemente in movimento verso i siti riproduttivi del NE Europa.

Si tratta del primo caso di svernamento accertato di recente per uno stormo così numerosoed inoltre, a quanto risulta, del primo soggetto marcato all'estero e rinvenuto in Italia appartenente a tale specie.

 

Picchio nero (Dryocopus martius)

E’ il più grande e di gran lunga il più appariscente e loquace dei picchi europei.

Un tempo limitato alle aree montane, iniziò a fare la sua comparsa sul Carso Triestino negli anni 60-70, incrementando parallelamente alla crescente diffusione dei boschi ed alla riduzione dei pascoli.

E’ da pochi anni (2003) insediato anche in pianura, nidificando con almeno tre o quattro coppie insediate lungo l’Isonzo.

Le aree preferite sono rappresentate da foreste ripariali stramature ovvero da pioppeti abbandonati (Utmar & Padovan 2005).

 

Tartaruga marina (Caretta caretta)

La specie si osserva talvolta nel mare antistante la foce fluviale e non pochi cadaveri sono stati recuperati spiaggiati tanto all’interno della Riserva che in aree vicine.

Non si può escludere che, a fronte di una salvaguardia maggiore, la specie inizi a deporre le sue uova, come forse faceva un tempo, sugli isolotti o sugli altri scanni sabbiosi della zona costiera.

 

Testuggine palustre europea (Emys orbicularis).

Un tempo scarsissima localmente, a seguito degli interventi di restauro ambientale è sensibilmente incrementata raggiungendo una notevole consistenza nelle aree palustri della Cona e zone limitrofe, dove si riproduce in gran numero. In primavera ed estate si osservano talora decine di soggetti mentre si riscaldano al sole sugli isolotti appositamente predisposti nelle aree di restauro ambientale.

 

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