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isola della cona

Gli ambienti

- L'Isonzo
- Habitat marini
- Aree umide e d'acqua dolce
- Prati e pascoli
- I Boschi
- Il canneto
- Ambienti Antropizzati

 

L'isonzo

Il bacino dell’Isonzo ha una superficie di 3369 kmq, dei quali circa 2.300 (circa 2/3) in Slovenia.

Nasce nel gruppo del Tricorno nelle Alpi Giulie a 2348 m slm e i suoi principali affluenti sono: l’Idria, il Vipacco ed il Torre (che a sua volta riceve le acque del Natisone).

La sua lunghezza complessiva è di circa 140 km, di cui 40 in Italia, da Gorizia alla foce. Allo sbocco in pianura il fiume tende a perdere gran parte delle sue acque che poi recupera in parte a valle della linea delle risorgive.

A Gorizia le portate di minima sono dell’ordine di 15 – 20 mc/s, con un contributo alle falde freatiche stimato sull’ordine dei 30 mc/s. La portata media annua complessiva del fiume è valutata in 170 mc/sec.

La piena massima osservata è stata di 4.400 mc/sec. La linea delle risorgive, con direzione WNW-ESW, interseca l’alveo del fiume grosso modo all’altezza del ponte di Pieris, dove il livello della falda è quasi superficiale.

Qui le portate a normale regime del fiume aumentano sensibilmente, raggiungendo i 50 mc/s.

Durante il periodo invernale in regime di magra è possibile osservare il Merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) che scende a valle per svernare. Spesso presente il Piro piro piccolo (Actitis hypoleucus), aironi (Ardea sp.) e garzette (Egretta garzetta) nonche qualche Cormorano (Phalacrocorax carbo)

Lungo tutto il fiume si sono fgradatamente insediate, a partire dagli anni 90’, diverse coppie di Smergo maggiore (Mergus merganser), specie ittiofaga presente anche come nidificante entro i confini della Riserva naturale. Sono inoltre presenti alcune coppie di Cigno reale (Cygnus olor) ed il Martin pescatore (Alcedo atthis), che nidifica in genere lungo le scarpate verticali o quasi, prodotte dall’erosione delle acque in fase di piena.

A monte il letto del fiume è dominato da ciottoli delle dimensioni medie di 5 – 10 cm, mentre la sabbia, che è grossolana, è presente in piccola percentuale. Alla confluenza con il Torre si notano sponde ben incise e talora verticali, nelle quali i ciottoli sono sovrastati da sabbie medio – fini e silt per uno spessore di 1,50 m.

Tale situazione favorisce la presenza di rade colonie di Gruccione (Merops apiaster) e Topino (Riparia riparia), specie ornitiche che tipicamente nidificano scavando gallerie orizzontali nei sedimenti non troppo compatti.

All’altezza di San Canzian d’Isonzo si notano i primi affioramenti di sabbie e limi alternati a ghiaie sempre più fini (3 – 5 cm) che praticamente scompaiono appena a sud del ponte (l’ultimo) sulla Monfalcone – Grado.

Alla foce si notano due grandi “banchi” limoso – sabbiosi: “del Becco” e “Spigolo”, che rappresentano un naturale ostacolo alla navigazione, ricordando da vicino la tipica morfologia in “contropendenza” delle foci lagunari (Brambati 1984).

Questi isolotti rappresntano il luogo ideale sia per la sosta che per la nidificazione di numerose specie. E’ presente infatti una colonia nidificante di Gabbiano reale (Larus michahellis), qualche coppia di Beccaccia di mare (Haematopus ostralegus) ed in alcuni casi di Edredone (Somateria mollissima), anatra tipicamente nordica pitttosto rara e molto localizzata nel Mediterraneo.

Spesso su questi isolotti, che mutano profilo e dimensioni a ogni piena fluviale, si radunano numerosi i marangoni dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis) ed i cormorani (Phalacrocorax carbo), nonchè centinaia (e talora migliaia) di piovanelli pancianera (Calidris alpina), chiurli maggiori e piccoli (Numenius arquata e N.Phaeopus), pivieresse (Pluvialis squatarola), corrieri piccoli e grossi, il raro – come nidificante - Fratino (Charadrius dubius, C. alexandrinus, C. hiaticula), la Pittima minore (Limosa iapponica), ecc..

Lungo il suo corso, dalla sorgente in Val Trenta alla foce di Punta Sdobba il fiume Isonzo attraversa ambienti tra i più vari e ricchi di specie dell'intero continente, collegando, non solo idealmente, uno scampolo di Europa centrale al Mare Mediterraneo.

Il risultato consiste in una sovrapposizione complessa di elementi (specie, ambienti, paesaggi) che, già pregevoli se presi singolarmente, acquistano maggior valore per il modo peculiare in cui qui si collocano l'uno accanto all'altro o addirittura sovrapposti.

Se accettiamo che il massimo pregio di un sito risiede nel grado di diversità biologica, la zona di cui si tratta merita indubbiamente un rilievo del tutto speciale a livello internazionale.

Queste considerazioni, valide per l'intero tratto fluviale, trovano un notevole esempio particolarmente in prossimità della foce, dove il mare, sullo sfondo delle Giulie, fa da cornice ai rilievi collinari del Carso. 

 

Habitat marini

Velme
Velma è un termine veneziano, forse collegato a “melma”, in origine riferito al bordo fangoso dei canali lagunari, spesso inteso come sinonimo delle cosiddette piane di marea.

Si tratta di vaste superfici limose che emergono solo in occasione delle basse maree. Questi ambienti di transizione sono caratterizzati dalla presenza di fanerogame marine, piante superiori come Zosteranoltii e Zostera marina, simili per aspetto ad alghe filamentose (ma “alghe” non sono!) eche formano fitti tappeti sommersi su ampie superfici.

Questi sono ambienti vegetazionali di grande importanza biologica ed ecologica, fondamentali per la produzione primaria di biomassa, per i processi di ossigenazione dell’acqua, per la protezione del substrato sommerso, ma anche per la funzione di rifugio, sito riproduttivo, “nursery”, fonte alimentare per numerosi organismi animali e substrato per specie bentoniche.

Le fanerogame marine inoltre costituiscono una delle principali fonti di alimentazione per una moltitudine di anatidi che qui si radunano in abbondanza. Tra questi spiccano per numerosità in particolare i fischioni (Anas penelope), detti solcalmente alla veneta “ciossi”, abbondantissimi nel mese di novembre e in inverno, ma anche vistosi stormi composti da svariate centinaia di cigni reali (Cygnus olor).

Qui è possibile osservare anche svariate specie dei cosiddetti “limicoli” uccelli dal lungo becco e dalle lunghe zampe, come il Chiurlo maggiore (Numenius arquata) simbolo della Riserva, il Chiurlo piccolo (Numenius phaeopus) abbondante soprattutto d’estate, i piovanelli pancianera (Calidris alpina) e le pivieresse (Pluvialis squatarola).

I limicoli si sparpagliano sulle velme alla ricerca di piccoli invertebrati come anellidi e crostacei che vivono abbondantissimi all’interno del substrato fangoso, dove anche trovano rifugio diverse specie ittiche caratteristiche, come ad esempio il Ghiozzo giallo (Zosterisessor ophiocephalus), che scava vere e proprie tane le cui imboccature a volte emergono con la bassa marea. Abbondanti sono pure i cefali di varie specie che risalgono spesso la coorente anche in pochi centimetri d’acqua e sono assai ricercati dagli aironi. Altre specie di uccelli si nutrono invece soprattutto di molluschi, come la Volpoca (Tadorna tadorna), la Beccaccia di Mare (Haematopus ostralegus) ed il Voltapietre (Arenaria interpres).

Le piane fangose di marea circondano l’Isola della Cona lungo il suo margine orientale e sud orientale fino alla foce del fiume Isonzo che continua, anno dopo anno, a trasportare e depositare sedimenti limosi e sabbiosi, sempre più al largo e in direzione di Grado.

Barene
Le barene, assieme alle velme, costituiscono uno degli habitat più caratteristici della laguna. Hanno l’aspetto di isolotti piatti e sono sempre emerse eccetto che in condizioni di alta marea.

Secondo il Boerio (1856) il loro nome deriverebbe da “baro”, utilizzato popolarmente per indicare un fitto viluppo di cespugli, oppure un terreno paludoso incolto.

Sulla barena è presente una tipica vegetazione alofila (dal greco: alos = sale e filè = amico) in grado di crescere su questi terreni spesso sommersi da acque marine. A seconda dell’elevazione della barena sul livello del mare si distinguono diverse tipologie di barena caratterizzate anche da divere associazioni vegetali.

Su suoli fangosi regolarmente inondati (tra velme e barene) durante le alte maree troviamo un popolamento puro e fitto di Spartina maritima accompagnata da Salicornia veneta. Passando a situazioni meno umide troviamo Limonium vulgare /serotinum, Puccinella festuciformis, ecc.

Sulle vere e proprie barene troviamo spesso Sueda maritima, Atriplex rosea, Salicornia patula.

Altre specie sono Juncus maritimus, Arthrocnemum fruticosum, Atriplex portulacoides, Aster tripolium, Carex extensa, ecc..

La vegetazione presente sulla barena svolge un ruolo fondamentale nella cattura di sedimenti e detriti, elevando in tal modo la quota del suolo e contrastando. Almeno parzialmente, i fenomeni dell’eustatismo positivo (innalzamento del livello del mare) e della subsidenza (abbassamento dei fondali).

Tra le strutture caratteristiche presenti al’interno della barena ricordiamo in particolare i ghebi, piccoli canali meandriformi che collegano la zona centrale della barena, priva di vegetazione perché troppo salata (lacca) alle acque esterne.

L’ambiente di barena è presente in modo esteso nell’Isola della Cona esternamente all’argine fluviale e nel settore prospiciente Mezza Cona, all’interno del Caneo e, più frammentariamente, nel canale della Quarantia ed in località Punta Barene.

Fino a non molti decenni orsono occupavano estesamente il litorale monfalconese e le lagune di Grado e Marano con il relativo entroterra.

Sulle barene, specie in condizioni di alta marea e nei tratti con meno vegetazione, si radunano spesso i chiurli maggiori e piccoli assieme a piovanelli e pivieresse. Si osservano anche frequentemente, lungo i ghebi, il Piro piro piccole e aironi bianchi, aironi cenerini e garzette.

In quest’ambito possono nidificare il Beccamoschino (Cisticola juncidis) e la Cutrettola (Motacilla flava) e, in caso almeno ha nidificato anche il raro Succiacapre (Caprimulgus europaeus).

Durante l’autunno e l’inverno le barene possono essere frequentate anche da stormi numerosi di pispole e spioncelli (Anthus pratensis,A. spinoletta).

Fondali sommersi
La Riserva comprende aree marine di profondità moderata (fino a 3 – 4 metri) con fondali costituiti da sabbie fangose e da sabbie fini superficiali. Anche qui troviamo popolamenti di fanerogame marine ma, oltre al genere Zostera troviamo anche la simile Cymodocea nodosa a maggiore profondità.

Questi ambienti danno rifugio, in tutti gli stadi della loro evoluzione, a numerose specie di pesci, crostacei, molluschi ed altri invertebrati.

Tra questi segnaliamo la presenza di colonie in incremento di Pinna nobilis la cosiddetta Stura, quale specie di importanza comunitaria, riscontrata all’interno dei confini della Riserva.

Durante i mesi invernali questi paraggi vengono frequentati da molti uccelli, soprattutto svassi maggiori e svassi piccoli (Podiceps cristatus e P.nigricollis), strolaghe mezzane (Gavia arctica), cormorani (Phalacrocorax carbo), anatre marine come i quattrocchi (Bucephala clangula) gli orchi e gli orchetti marini (Melanitta fusca e M.nigra), le rare morette codone (Clangula hyemalis) e le sempre numerose folaghe (Fulica atra), oltre a molti gabbiani. Tra questi ricordiamo i gabbiani reali, tra i quali può nascondersi qualche Gabbianom reale nordico, i gabbiani corallini, i gabbiani comuni, le gavine (Larus michahellis e L.argentatus, Ichtyaetus melanocephalus, Chroicocephalus ridibundus, L. canus), ecc..

In estate si possono osservare numerosi Marangoni dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis), qualche rara Sula (Morus bassanus), i beccapesci (Thalasseus sanwicensis) e le sterne comuni (Sterna hirundo): queste ultime spesso posate sui paletti delle reti da pesca ecc.

Il Cigno reale (Cygnus olor), presente tutto l’anno, frequenta anche queste aree di mare aperto a partire da fine estate quando, finito il periodo riproduttivo, si riunisce ai suoi conspecifici per formare i cosiddetti stormi di muta.

 

Aree umide e d'acqua dolce

Le vaste bonifiche dei primi decenni del ‘900 hanno quasi cancellato le zone umide d’acqua dolce di bassa pianura. Entro la Riserva gli habitat d’acqua dolce, di grande valore naturalistico ed ambientale, sono oggi in parte confinati nelle aree di ripristino naturalistico e negli ambiti agricoli a frammentario corredo degli alvei di canali e fossi principali.

Le principali aree umide presenti in Riserva si trovano proprio all’Isola della Cona e sono dette generalmente “Ripristini”. Infatti si tratta di opere di rinaturazione: aree “strappate all’agricoltura intensiva” e riportate ad una condizione semi-naturale, atta ad ospitare una moltitudine di specie, in particolare uccelli.

L’acqua presente in questi bacini proviene sia dagli eventi meteorici che dalla falda idrica sotterranea.

I livelli vengono regolati in base alla stagione. Le aree sono così allagate per la maggior parte dell’anno, ma durante i mesi più caldi il naturale prosciugamento viene favorito deviando l’apporto di acqua da parte del pozzo artesiano.

Si accelera così il processo di rimineralizzazione della sostanza organica presente e depositata sul fondo degli stagni, si evita lo sviluppo di batteri (come specialmente il Botulino – Clostridium botulinum, che prolifera in acque scarsamente ossigenate e con temperature elevate) ed è inoltre possibile intervenire con gli sfalci annuali, eseguiti generalmente alla fine di agosto.

Il “Ripristino”per antonomasia è l’area parzialmente riallagata osservabile dall’osservatorio della “Marinetta” e da quello del “Cioss” ed occupa un’area di circa 30 ha.

Si tratta di un ampio bacino, con una profondità massima di circa -1,60 m (all’interno di un canale meandriforme artificialmente scavato). All’interno degli argini esistenti il livello dell’acqua è mantenuto per buona parte dell’anno più alto rispetto all’esterno, grazie alla combinazione tra una “porta vinciana” ed una piccola diga munita di una soglia. Al centro dell’invaso è stata modellata un’isola dalla forma rappresentante il simbolo dell’euro, ottenuta col materiale di risulta degli scavi.

Sull’isola sono stati piantati nel 1990 numerosi pioppi, ontani neri, salici di varie specie ed alcune farnie (Populus sp., Alnus glutinosa, Salix sp. e Quercus robur), oltre ad alcuni esemplari anche secchi, al fine di attrarre varie specie di uccelli.

Gli alberi negli anni hanno infatti formato un folto boschetto circondato dall’acqua che funge da posatoio e dormitorio per molte specie di aironi (Ardaeidae) e cormorani (Phalacrocorax sp.).

A breve distanza è presente un ulteriore isolotto piatto, coperto di ghiaia, con scarsa vegetazione e che a sua volta funge da punto di sosta per molte specie di uccelli che non amano o rifiutano di posarsi sugli alberi.

Il “Ripristino”, sul lato occidentale, presenta un pascolo umido mantenuto tale da cavalli, bovini ed oche pascolanti, mentre sul lato orientale è occupato in parte da un denso canneto dove di norma nidifica una coppia di Falco di palude (Circus aeruginosus).

L’altra area di ripristino o restauro ambientale, (completata nel 2002) è conosciuta anche con il nome di “Campi”.

Su una superficie di circa 15 ha l’area presenta degli spazi più ampi dedicati al pascolo sia equino che anserino, intervallati da ampi bacini d’acqua dolce di scarsa profondità come la “Palude Norman” situata davanti all’osservatorio del “Cavaliere d’Italia”.

Il nome di questa zona, riallagata nel 1996, deriva da Norman Marsh, ingeniere aeronautico canadese appassionato di natura che, con una generosa donazione, accelerò i processi di rinaturazione all’epoca già programmati ma ancora da completare.

L’area dei campi semi-allagati, per una superficie totale di 20 ha, a sua volta restaurata e completata nel 2002, è osservabile nel suo insieme dal Bar al Pettirosso e, specialmente, dai sovrastanti osservatori, sede anche del cosiddetto “Museo della Papera. La zona è circondata da un sentiero ad anello attrezzato con diversi punti di osservazione schermati, stagni per anfibi, bosdchetti, prati umidi ecc. ecc.

In entrambe le aree umide si possono osservare moltissime specie durante tutto l’arco dell’anno con un evidente aumento in termini di ricchezza di specie in primavera (metà aprile) e i numeri elevatissimi di avifauna presente (ma con un n. di specie minore) inel mese di novembre e in inverno (anche oltre 40.000 non passeriformi).

In primavera sono particolarmente numerosi gli aironi di varie specie e, oltre ai già citati airone cenerino, airone bianco e garzetta, presenti tutto l’anno, giungono in questa stagione dalle aree di svernamento africane l’Airone rosso, il Tarabusino la Nitticora, la Sgarza ciuffetto (Ardea purpurea, Ixobrychus minutus, Nycticorax nycticorax, Ardeola ralloides). Proveniente da aree di svernamento decisamente più vicine diviene anche di norma (e da pochi anni) numeroso in primavera pure l’airone guardabuoi (Bubulcus ibis), una specie che dall’Africa ha gradatamente colonizzato dapprima la Spagna, poi la Francia ed infine l’Italia, utilizzando per l’alimentazione gli insetti presenti nelle zone umide frequentate dai grandi ungulati al pascolo (cavalli e bovini nel nostro caso) sui cui dorsi spesso si posano per riposare o per osservare, da posizione elevata, le aree di caccia.

Sempre in questo periodo il cielo si movimenta con la presenza di molti altri uccelli insettivori, come i variopinti e spettacolari gruccioni (Merops apiaster), i rondoni, le rondini, i balestrucci ed i topini (Apus apus, Hirundo rustica, Delichon urbica e Riparia riparia).

I cigni reali (Cygnus olor) in questo periodo dell’anno prendono possesso di un territorio per nidificare ed altrettanto fanno oche grigie, germani reali, folaghe, gallinelle d’acqua, tuffetti, cavalieri d’Italia ecc. (Anser anser, Anas platyrhynchos, Anas querquedula, Fulica atra, Gallinula chloropus, Tachybaptus ruficollis, Himantopus himantopus).

In inverno giungono invece le specie che qui o altrove, magari più a sud, trascorreranno i mesi freddi dell’anno e, tra queste, migliaia di oche sia grigie che lombardelle (Anser anser, A, albifrons), spesso portando con sé qualche rarità come ad esempio le rare oche lombardelle minori (Anser erythropus) o le oche collorosso (Branta ruficollis). Le oche si nutrono in ore diurne nei campi coltivati circostanti per fare ritorno di tanto in tanto nelle zone di ripristino per le attività di mantenimento (abbeverata, riposo ecc.). Regolare e spettacolare è il rientro dei grandi stormi, composti a volte da più di 3.000 soggetti assieme, dopo il tramonto e per il riposo notturno.

Numerosissime sono poi le anatre: oltre al Germano reale ed all’Alzavola ricordiamo: Mestolone, Canapiglia, Codone, Fischione, Moriglione, Moretta ecc. (Anas platyrhynchos, Anas crecca, Anas clypeata, Anas strepera, Anas acuta, Anas penelope, Aythya ferina, Aythya fuligula).

Specialmente durante il passo primaverile ed il ripasso autunnale (migrazioni pre e post – riproduttive) sono numerose varie specie di limicoli, come il Beccaccino, il Piro piro boschereccio, il Piro piro culbianco, il Combattente, la Pantana, l’Albastrello, il Totano, la Pettegole, la Pittima reale ecc. (Gallinago gallinago, Tringa glareola, Tringa ochropus, Philomachus pugnax, Tringa nebularia, Tringa stagnatilis, Tringa erythropus, Tringa totanus, Limosa limosa).

Nelle zone circostanti gli specchi d’acqua principali sono stati creati una serie di stagni tra loro isolati, privi di pesci e perciò molto adatti agli anfibi, dove si osservano anche moltissime libellule (Odanata), coleotteri acquatici (Dytiscidae), biscie d’acqua (Natrix natrix) e testuggini palustri (Emys orbicularis).

Un ulteriore ripristino, di una decina di ettari ma meno adatto alle osservazioni da parte del pubblico, è infine presente poco prima di superare l’argine sinistro del fiume ed accedere all’Isola della Cona. Tale area è detta della “Boschetta”.

Anche qui i prati umidi sono intervallati da ampi stagni d’acqua dolce di scarsa profondità. Un ambiente ideale in particolare per la riproduzione di varie ed importanti specie di anfibi, come la Raganella italica (Hyla intermedia), la Rana verde (Rana klepton esculenta) la Rana di Lataste e la Rana agile (Rana latastei, Rana dalmatina), il Tritone crestato italico (o meridionale) ed il Tritone punteggiato (Triturus carnifex, Triturus vulgaris).

 

Prati e pascoli

Si indicano a rigore con il termine prati le superfici erbose che vengono (o venivano) sottoposte a sfalci regolari, con seguente raccolta ed asporto dell’erba tagliata; con il termine pascoli le superfici erbose pascolate da equini, bovini o altri animali.

All’interno dei confini della Riserva troviamo diverse tipologie sia di prati che di pascoli.

In ambiti rinaturati
In ambito di ripristino naturalistico, all’Isola della Cona nelle aree ripristinate di recente vi sono dei settori di pascolo umido situate a diretto contatto con gli stagni temporanei che si prosciugano d’estate.

Pascolati da cavalli ed oche selvatiche sono sottoposti a trinciatura di rifinitura durante il prosciugamento estivo.

Situati in vicinanza alle zone di foce vi sono alcuni prati generatisi per attecchimento spontaneo di specie erbacee.

Si tratta di ambiti coltivati fino ad alcuni anni fa e successivamente sottoposti a sfalci regolari

I pascoli golenali
Spostandoci oltre l’argine incontriamo i cosiddetti pascoli golenali sottoposti a fasi di allagamento durante le piene fluviali e topograficamente articolati in un alternarsi di superfici leggermente rilevate e di leggere depressioni più umide.

Storicamente pascolati soprattutto dai bovini, attualmente lo sono da equini e bovini (Pascolo del Biancospino).

I segni dell’abbandono gestionale avvenuto per un decennio negli scorsi anni ‘80 sono ancora visibili ad esempio con la presenza dell’Amorpha fruticosa che, conosciuta anche come Falso indaco, rappresenta un arbusto invasivo che si cerca di tenere sotto controllo grazie ai bovini.

In questi prati vi è un’elevata presenza di specie erbacee pratensi di prato umido d’acqua dolce. In particolare segnaliamo la presenza delle rare orchidee come Orchis palustris e Orchis laxiflora che è possibile ammirare nella tarda primavera.

Lungo i fossi
Altre specie interessanti tipiche di prato umido le troviamo invece lungo i fossi, habitat ormai poco diffuso e di notevole valore naturalistico per ricchezza floristica e presenza di specie rare in alcuni casi anche comprese nelle Liste Rosse delle Piante d’Italia.

Qui spesso si possono osservare alcune coppie di germano reale (Anas platyrhynchos) o di oca grigia (Anser anser).

Gli argini
Gli ambiti d’argine ancora privati e meglio conservati per continuazione delle attività di fienagione possono presentare una composizione vegetazionale piuttosto articolata.

Infatti aspetti di prato magro si attestano sui settori di scarpata più soleggiati e ripidi con rapido sgrondo delle acque meteoriche, mentre aspetti di prato mesofilo occupano il piede, le sommità dell’argine e le scarpate meno inclinate dove la perdita d’acqua nel terreno è più rallentata.

Prati da sfalcio
Prati da sfalcio ad elevato valore foraggiero a volte in rotazione con seminativi.

Concimati artificialmente o naturalmente dalle piene fluviali, si attestano su suoli golenali limosi, con buon potere di ritenzione idrica.

Alcuni aspetti tipici sono presenti solo marginalmente nella parte settentrionale della Riserva .

Questi prati che venivano sfalciati regolarmente 2-3 o più volte l’anno, hanno subito negli ultimi anni una forte contrazione a favore delle colture intensive.

Nonostante l’alto tasso di artificiosità (sfalci e concimazioni), questi prati contribuiscono ad elevare la biodiversità del territorio, integrando il paesaggio rurale di superfici verdeggianti tutto l’anno e che durante la bella stagione possono presentare cospicue e variegate fioriture.

In quest’ambito può nidificare la pavoncella (Vanellus vanellus) si possono osservare diverse specie di aironi ed in condizioni di elevata umidità spesso anche diversi esemplari di chiurlo maggiore (Numenius arquata).

Spesso si possono osservare diverse specie di rapaci come la poiana (Buteo buteo), il gheppio (Falco tinnunculus), l’albanella reale (Circus cyaneus) e con un pò di fortuna come negli ultimi anni l’Aquila reale (Aquila chrysaetos)

Da non dimenticare, inoltre la notevole presenza dei variopinti (ove si tratti di maschi!) fagiani (Phasianus colchicus), che qui sono spesso particolarmente abbondanti anche in conseguenza del divieto di caccia che caratterizza le Riserve naturali

Comuni sono anche i caprioli (Capreolus capreolus) visibili soprattutto nelle ore crepuscolari e così anche la lepre (Lepus europaeus)

Magredi
Nella parte settentrionale della Riserva nel territorio di Fiumicello troviamo un esempio di prato – pascolo magro e arido su terreni alluvionali ghiaioso sabbiosi.

Dal basso valore foraggiero è particolarmente ricco di specie vegetali.

Questi preziosissimi magredi, un tempo largamente diffusi nell’alta pianura, soprattutto lungo i fiumi, oggi sono avviati all’estinzione a causa dello specifico abbandono colturale (assenza di sfalcio e/o pascolamento che porta all’arbustamento) e soprattutto a causa delle colture intensive.

In questo ambiente possono nidificare l’occhione(Burhinus oedicnemus) ed il succiacapre (Caprimulgus europeus), specie difficilmente osservabili ma che emettono il loro particolare richiamo nelle ore crepuscolari e notturne.

 

I Boschi

Boschi di golena

Tranne alcune eccezioni le golene dell’Isonzo, a causa delle colture introdottevi, sono in generale povere di boschi.

Bonifiche e disboscamenti hanno cancellato tipologie boschive di cui si può ragionevolmente ipotizzare l’esistenza fino ai primi decenni del ventesimo secolo.

Le aree forestali residue sono state inoltre sottoposte ad un intenso e disordinato sfruttamento che ha favorito la proliferazione di specie alloctone sia legnose sia erbacee.

In questo contesto gli aspetti boschivi più naturaliformi sono particolarmente importanti perchè conservano i lineamenti floristici e strutturali dei boschi umidi originari.

Nel settore settentrionale della Riserva in alveo e nelle zone di sponda sono presenti delle formazioni arbustivo – arboree di specie tipicamente pioniere delle ghiaie di greto.

Tra queste troviamo varie specie di salici (Salix sp.) e il Pioppo nero (Populus nigra). Se risparmiate dalle piene possono svilupparsi in formazioni più evolute.

Tale boscaglia più matura è di grande importanza nell’ecologia fluviale. Con i boschi di golena contribuisce in modo determinante alla funzionalità fluviale partecipando ai processi naturali di depurazione dell’acqua, proteggendo le sponde dall’erosione, favorendo la sedimentazione, ecc..

Un’altra tipologia di bosco è quella presente in settori di golena più bassi e frequentemente inondati, con suolo minerale fine, ricco di detriti organici.

Le situazioni migliori sotto il profilo naturalistico presentano lo strato arboreo dominato da salice bianco (Salix alba) con presenza di pioppo nero (Populus nigra) anche se negli ultimi anni compare sempre più spesso l’Acero americano (Acer negundo). Tra gli arbusti troviamo soprattutto il Sambuco (Sambucus nigra).

Sono frequenti nel sottobosco gli ammassi di tronchi, ramaglie, ecc. depositati dalle piene.

Al di fuori della Riserva questa boscaglia a causa dei pesanti interventi di disboscamento molto spesso si presenta degradata ad arbusteto di Amorpha fruticosa e Sambucus nigra ed altre specie.

Nei settori di golena alta su suoli limoso – sabbiosi più evoluti e sottoposti a rapido drenaggio al rifluire dell’onda di piena che in genere vi giunge per allagamento e senza impatto dinamico troviamo piccoli boschi cedui costituiti da pioppo bianco e pioppo nero (Populus alba e P. nigra) cui si associano frassino ossifillo (Fraxinus angustifolia/oxycarpa) ed olmo campestre (Ulmus minor).

Sporadicamente compare la Farnia (Quercus robur) mentre è sempre presente la Robinia (Robinia pseudacacia) soprattutto nei settori di bosco in condizioni peggiori.

Presenti anche Biancospino, Nocciolo, Evonimo, Corniolo, Ligustro (Crataegus monogyna, Corylus avellana, Euonymus europea, Cornus sanguinea/hungarica, Ligustrum vulgare) ed alcune specie rampicanti come Clematis vitalba e Rhamnus chatartica.

Lo strato ebaceo in primavera è dominato da un fitto tappeto di aglio ursino Alium ursinum/* a cui si associano primule, bucaneve, alliara, edera e varie specie di viola (Primula vulgaris, Galanthus nivalis. Alliara peitolata, hedera helix, Viola alba s.l., Viola rechenbachiana).

Residui di bosco planiziale
La distruzione delle foreste planiziali che un tempo occupavano gran parte della pianura ebbe inizio in epoca romana (I sec a.C.). Per poi divenire più intensa a partire dal 1000 d.C. quando con l’aumento demografico, la rinascita delle città e la ripresa dell’agricoltura, cominciò il dissodamento e la distruzione delle foreste, cui seguì la bonifica massiccia dei territori.

All’interno dei confini della Riserva naturale sono presenti dei modesti residui di bosco planiziale.

Bosc Grand
Bosc Grand nel Comune di San Canzian d’Isonzo rappresenta un residuo di bosco planiziale umido al cui interno si sdoda ciò che rimane di un antico corso d’acqua ormai privo di sbocco.

Bosco e corso d’acqua, nonostante la limitatezza delle superfici coperte, rappresentano una riserva biogenetica di rara importanza poichè sono l’unica testimonianza dei vasti ambiti boschivi originari, la cui sistematica distruzione, iniziata nei primi decenni del ‘900 con la Bonifica del brancolo e protrattasi fino ad una trentina di anni fa , ha determinato la situazione odierna.

Il bosco è un ceduo in cui si individuano diverse situazioni, alcune caratterizzate da una più accentuata naturalità altre più degradate.

Ricordiamo solo alcune specie come il frassino ossifillo, l’olmo campestre, il pioppo nero, il nocciolo, l’acero campestre, la farnia ed il salice bianco (Fraxinus angustifolia/oxycarpa, Ulmus minor, Populus nigra, Corylus avellana, Acer campestre s.l., Quercus robur).

Il regime di salvaguardia imposto dalla Riserva ha favorito negli ultimi anni l’incremento del “legno morto” (alberi morti, ancora in piedi o schiantatisi al suolo, e senescenti con tronchi e rami marcescenti) importantissimo nell’ecologia forestale.

Bosco degli alberoni
Si tratta di un residuo di bosco planiziale litoraneo, situato in Comune di Staranzano nei pressi della spiaggia di Marina Julia.

Il nome è dovuto al termine “Albara” con il quale un tempo veniva indicato il pioppo bianco (Populus alba) specie qui ben rappresentata.

Tra le altre specie dominanti qui troviamo il pioppo nero, il frassino ossifillo, l’orniello e la farnia (Populus nigra, Fraxinus angustifolia/oxycarpa, Fraxinus ornus, Quercus robur).

Anche qui il regime di salvaguardia imposto dalla Riserva ha favorito negli ultimi anni l’incremento del “legno morto”.

Tuttavia nell’agosto 2008 una forte “tromba d’aria” ha colpito anche questo bosco sradicanco molti esemplari di notevoli dimensioni.

A seguito di questo catastrofico evento l’aspetto del Bosco Alberoni è purtroppo cambiato drasticamente.

Allo stesso modo è rimasta fortemente danneggiata la pineta di Rivalunga estesa vecchia pineta artificialecostituita in prevalenza da Pinus pinea. In seguito anche gli alberi rimasti sono stati abbattuti dal propietario dei terreni.

Arbusteti
Lungo il Sentiero del Mondo Unito all’Isola della Cona è presente un folto arbusteto di Prugnolo (Prunus spinosa). Nel sottobosco del pruneto ormai invecchiato si sta sviluppando una forte rinnovazione di frassino ossifillo.

In condizioni di maggiore aridità del terreno su terreni di origine alluvionale sabbioso – ghiaiosi nella zona di Fiumicello troviamo arbusteti più xerofili con scotano, marasco e orniello (Cotinus coggygrya, Prunus mahaleb e Fraxinus ornus)

Nelle zone boscate della Riserva appena descritte troviamo varie specie ornitiche. Ne citiamo alcune.

Tra i nidificanti troviamolo il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), lo sparviere (Accipiter nisus), la poiana (Buteo buteo), il lodolaio (Falco subbuteo) nelle zone boscose settentrionali.

Il colombaccio, la tortora dal collare e la tortora comune (Columba palumbus, Streptopelia decaocto, S, turtur) il cuculo (Cuculus canorus), l’assiolo (Otus scops) soprattutto nei residui di bosco planiziale, l’allocco (Strix aluco) nella zona golenale settentrionale della Riserva, il gufo comune (Asio otus), il picchio verde (Picus viridis), il picchio nero (Dryocopus martius), nella zona golenale lungo il fiume, il diffusissimo picchio rosso maggiore ed il più raro picchio rosso minore (Dendrocopos major, D. minor).

L’usignolo (Luscinia megarhynchos), il merlo (Turdus merula), la capinera (Sylvia atricapilla), il pigliamosche (Muscicapa, muscicapa), il codibugnolo (Aegitalos caudatus), la cinciarella, la cinciallegra (Parus major, Cyanistes cyanus), il picchio muratore (Sitta europea), il rigogolo (Oriolus oriolus), la ghiandaia (Garrulus glandarius), la gazza (Pica pica), la cornacchia grigia (Corvus coronae coronae), lo storno (Sturnus vulgaris), il fringuello (Fringilla coelebs), il verdone (Carduelis chloris), ecc.

Tra le altre specie osservate in ambiente boschivo ricordiamo il torcicollo (Jynx torquilla), il picchio cenerino (Picus canus), il pettirosso (Erhitacus rubecula), il codirosso (Phoenicurus phoenicurus), il luì piccolo, il luì verde (Phylloscopus collybita, P. sibilatrix), il canapino (Hippolais polyglotta), il rampichino (Certhia brachydactyla), la cincia bigia (Parus palustris), il tordo bottaccio, il tordo sassello (Turdus philomelos, T.iliacus), ecc.

Inoltre le aree ai margini dei boschi golenali lungo l’Isonzo e all’interno del “Ripristino” costituiscono dei dormitori per aironi e cormorani.

 

Il Canneto

I canneti sono tipici dei suoli lungamente inondati d’acqua dolce o debolmente salmastra , da ferma a lentamente fluente, in genere ricca di sostanze nutrienti.

Costituiti da piante emergenti dall’acqua (elofite), si rinvengono negli stagni, negli alvei di canali, fossi e scoline con acqua poco profonda e alla foce del fiume, sempre in posizioni pienamente soleggiate.

Le principali specie vegetali costitutive sono: la cannuccia di palude (Phragmites australis s.l.), Bolboschoenus maritimus/compactus e due specie di Tifa, Typha angustifolia/* e T. latifolia, ecc.

Queste tendono a creare fitti popolamenti monospecifici.

I canneti sono habitat vegetali di spiccata naturalità che oltre ad ospitare una variegata fauna svolgono una riconosciuta ed efficace azione di fitodepurazione delle acque.

Un denso ed esteso canneto costituito fondamentalmente da cannuccia di palude (Pharagmites australiss.l.) è presente sul lato orientale del “Ripristino” ed è visibile dall’osservatorio della “Marinetta”.

Si tratta di un habitat largamente sfruttato da molte specie soprattutto in periodo riproduttivo per il posizionamento dei nidi.

Tra questi il cigno reale, l’oca grigia, il germano reale, il tarabusino, l’airone rosso, il falco di palude, il porciglione, la gallinella d’acqua, la folaga, l’usignolo di fiume, la cannaiola comune e la cannaiola verdognola, il cannareccione il pendolino, il Migliarino di palude ecc.. (Cygnus olor, Anser anser, Anas platyrhynchos, Ixobrychus minutus, Ardea purpurea, Circus aeruginosus, Rallus aquaticus, Gallinula chloropus, Fulica atra, Cettia cetii, Acrocephalus scirpaceus, A. Palustris, A. Arundinaceus, Remiz pendulinus, Emberiza scoeniclus, ecc.)

Altre specie come il tarabuso (Botaurus stellaris) si mimetizzano perfettamente in tale ambiente e sono presenti principalmente durante l’autunno e l’inverno.

Un esteso canneto è presente anche sulla riva destra del fiume Isonzo in località Caneo, qui durante l’inverno il falco di palude e l’albanella reale (Circus aeruginosus, C. cyaneus) si radunano a formare un dormitorio notturno.

 

Ambienti antropizzati

All’interno dei confini della Riserva la presenza dell’uomo si manifesta in varie forme più o meno compatibili con gli aspetti di tutela.

Aree coltivate
Le aree circostanti l’Isola della Cona, ricadenti per una piccola parte nella Riserva Naturale, sono soggette principalmente a coltivazioni agricole.

Si tratta di vasti appezzamenti un tempo paludosi nei quali il cosiddetto “franco di bonifica” (spessore del terreno al di sopra del livello di falda) viene mantenuto mediante idrovora.

Sono zone rese praticabili all’agricoltura in prevalenza nel periodo delle grandi bonifiche agrarie realizzate tra le due guerre.

Le aree vengono coltivate a cura dei rispettivi proprietari i quali si servono, di norma, di “terzisti”. La rete principale di bonifica costituita da scoline e fossi viene in parte mantenuta dal Consorzio di Bonifica competente per zona.

Tra le aree ricadenti entro i confini della Riserva troviamo coltivazioni di mais, soia, barbabietola, frumento ed anche impianti artificiali di pioppo da cellulosa.

Gli ambiti coltivati sono in genere poveri di vegetazione spontanea e di specie animali, tuttavia in particolare nel periodo invernale alcune coltivazioni divengono fondamentali per il pascolamento degli stormi di oche svernanti.

Migliaia di oche lombardelle (Anser albifrons) e di oche grigie (Anser anser) giungono ogni anno a partire dal mese di novembre presso la Riserva per trascorrere il periodo invernale.

Sfruttano le aree umide protette per il riposo notturno e per le attività di pulizia, ma per il resto della giornata si alimentano presso le aree coltivate in particolare a cereali invernali (grano e orzo).

Al contrario di quello che si può pensare le oche non danneggiano il raccolto infatti recidendo le giovani piantine alla base provocano il fenomeno dell’accestimento con un maggiore sviluppo di steli da parte della pianta ed un conseguente aumento del raccolto.

In quest’ambito non di rado si osservano vari esemplari di gheppio (Falco tinnunculus) e poiana (Buteo buteo) alla ricerca di prede sui campi, così come le civette (Athene noctua).

Frequenti sono sia gli aironi cenerini che bianchi maggiori (Casmerodius albus e Ardea cinerea). Spesso si possono osservare stormi di gabbiani in particolare dopo che la terra è stata smossa.

Ai margini dei coltivi nidifica la cappellaccia (Galerida cristata). Sono presenti la tottavilla (Lullula arborea) e l’allodola (Alauda arvensis) presenti da fine estate a inizio primavera. Così anche il Prispolone (Anthus trivialis) in periodo migratorio, la Pispola e lo Spioncello (Anthus pratensis, A. spinoletta), ecc

 

 

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